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Camilla Civalleri

CURVY ON THE BEACH – BELLEZZE…A TUTTO TONDO!

Gina, Tina e Pina sono tre signore non banali e forse un pochino fuori di testa, al punto che restano in costume anche col freddo e nemmeno la neve di qualche giorno fa le ha disturbate, né ha interrotto le loro eterne chiacchiere in bagnasciuga.
Potete vederle rilassarsi tra l’erba dell’area verde di fronte al Mercato Civico, mentre progettano la prossima crociera tra una chiacchiera e un sorso di Chinotto leggendo il Secolo XIX o rosicchiando amaretti e completando cruciverba, nel tempo che resta prima di doversi rispalmare l’un l’altra la protezione solare.
Sono tipe socievoli: non rifiuteranno mai una foto in compagnia, nonostante abbiano dovuto abituarsi anche ai molti sguardi indiscreti, alle risatine maliziose, alle parole sgraziate di chi passando non riesce proprio a comprendere le loro forme e non può che giudicarle inadatte e fuori luogo, se non addirittura ribrezzevoli.
Le curve rotonde delle nostre curvy amiche, infatti, troneggiano allegre nel prato, abbracciate dai colori accesi dei loro bikini e dal sole nelle giornate serene, ornate dalla neve nei giorni più freddi.
Nemmeno una di quelle forme abbondanti è casuale: le nostre tre bagnanti hanno fatto dei loro corpi un simbolo e un orgoglio, portavoci di un messaggio all’insegna dell’inclusivitá, dell’accettazione e dell’amore per sé stessi, con un’accento speciale sulla glorificazione della donna. In quelle forme. In tutte le forme.
Eppure, qualcuno c’è sempre, che le guarda con aria sospettosa e – impettito nella guaina contenitiva di standard e stereotipi, tanto stretta da soffocare persino i pensieri e lasciare spazio solo per qualche rinsecchita cattiveria – sentenzia sentendosi in diritto di farlo.
Che da che mondo è mondo i ciccioni sono sempre stati additati come balene, maiali, palle di lardo e chi più ne ha, più ne metta.
I disabili sono sempre stati gli handicappati, i mongoli, i deficienti.
Per non parlare dei froci, dei bulicci, dei culattoni. Dei negri e dei terroni.
È sempre stato così, da che mondo è mondo, ogni posto ha sempre avuto i suoi mostri, i suoi scherzi della natura, i suoi pezzi sbagliati del puzzle che, per qualche motivo, non potevano essere niente più di un appellativo scurrile e la risata tronfia di chi glielo urlava addosso.
Ed è giusto che, chi nel puzzle ci rientra, persegua l’impegno di ricordare loro di essere solo i trucioli di gomma ai bordi del bel disegno, in ogni modo possibile e con qualsiasi perfidia utile allo scopo. È sempre stato così.
È sempre stato così ed è ora di cambiare.

Gina, Tina e Pina sono la creazione di Laura Romano e delle sue colleghe artiste (Cristina Bettinelli, Brunella Coriando, Grazia Genta, Giovanna Marrone, Marcella Pesce e Iosé Angela Saccone), le quali hanno vissuto questo mondo, anche in qualità di tasselli fuori posto, ed hanno scelto di rispondere alla sofferenza con l’arte al fine di poter raccontare le storie di molti, ma soprattutto lanciare un messaggio di progresso.
Il tutto con sculture, come le nostre curvy, piene di gioia ed ironia, colori e giocosità, tanto che talvolta difficilmente diremmo abbiano dietro tematiche così di peso, così tristi come il bodyshaming.
Ho avuto la fortuna di poter parlare con Laura e percepire nella sua voce tutto l’orgoglio e l’amore per quest’opera, intitolata “Curvy on the beach – Bellezze…A tutto tondo!”.
È stato emozionante ascoltare il racconto del lungo processo di lavorazione necessario a dare alla luce le curvy, peraltro svoltosi in maniera completamente artigianale e senza l’ausilio di alcun macchinario preposto.
Non è stato facile far nascere questa scultura, ma ogni pezzo di creta che la compone è stato plasmato dal calore delle mani delle nostre sette artiste e da un amore immenso che ancora oggi, a distanza ormai di oltre un anno, pervade ogni loro sillaba quando si parla di essa.
Realtà positive come quella di Laura, delle sue colleghe e del suo laboratorio di ceramica creativa meritano di essere promosse e valorizzate per l’immenso contributo che donano a chi fruisce delle loro opere, non solo a livello estetico ammirandone la bellezza, ma anche a livello intellettuale fermandosi a riflettere sui significati dietro a tutti quei colori.
Siamo tutti curvy in qualche modo, e siamo tutti preziosi nella nostra diversità che ci rende unici, proprio come le Curvy on the beach che campeggiano allegre nella nostra città, offrendo ogni loro peculiarità in dono a chi le incontra.
Quest’opera è un inno alla libertà di essere sé stessi e di innamorarsi di ciò che si è, anche quando le cose sono diverse da come le vorrebbero le convenzioni. È l’apoteosi dell’infrazione delle regole canoniche, in favore di un mondo più ricco di sfumature, tutte ugualmente degne di esistere e di vivere fuori dall’ombra.
All’inaugurazione delle Curvy on the beach, inizialmente prevista nella data simbolica dell’8 Marzo e poi avvenuta, a causa della pandemia di Covid-19, l’8 Agosto 2020 è stata madrina la dottoressa Carla Lertola, nutrizionista, proprio a sottolineare la sempre presente e prioritaria importanza della salute. Essa, infatti, non viene mai messa in discussione, ma semplicemente viene accostata ad un approccio più sereno e costruttivo di vivere il percorso con sé stessi ed il proprio corpo, dove nessuno deve crocefiggersi o punirsi per il proprio modo di essere.
Inoltre, anche il Sindaco Ilaria Caprioglio ha dimostrato grande supporto a quest’iniziativa, coerente con la sua nota vicinanza a tematiche come quella dei disturbi alimentari e quella del femminismo, a lei molto care.
E voi? Qual è il vostro lato curvy?

Alcuni giorni fa ho avuto occasione di fare una chiacchierata con Adamo Monteleone, un artista locale di Albissola il quale si è reso disponibile a raccontarmi un po’ di sé e del suo mondo.
Adamo è un uomo originario della Lombardia, nato e cresciuto nella provincia di Lecco, che si è ritrovato quasi per caso a fare dell’arte una costante della sua vita.
Sin da piccolo mostra una forte propensione alla creatività, come mi racconta saltando da un ricordo all’altro: dal primo approccio con l’arte a 5 anni quando in spalla al padre ammira il Giudizio Universale e ne rimane estasiato, passando per quella volta in cui provò a vendere alcuni disegni ai suoi parenti durante il rinfresco della comunione del fratello, arrivando alla sua mostra più importante svoltasi appena tre anni prima di trasferirsi in Liguria, durante la quale una signora affermò “di non aver mai visto nulla di simile in vita sua”.
Di fatto, Adamo non ha mai progettato di essere un artista, ma ha sempre avuto l’arte dentro e, da dipingere caschi e magliette per i suoi amici da ragazzo, si è trovato a sperimentare il suo talento e a farlo diventare una vera e propria passione che lo ha portato a formarsi, completamente da autodidatta, anche per tutto quel che concerne la Storia dell’Arte, le tecniche e le nozioni che fanno parte di questo mondo, composto non solo da istinto e fantasia, ma anche da scienza e regole essenziali ad un buon percorso.
Sebbene si senta più pittore, dal suo arrivo ad Albisola Adamo ha iniziato a frequentare gli artisti locali e tra questi c’è Luca Damonte, il quale lo ha introdotto al mondo della ceramica: un nuovo tipo di tecnica e modalità di espressione che Adamo ha iniziato ad inserire sempre più frequentemente nella sua produzione.
Possiamo, ad esempio, citare i Coeurs de passion, una serie di sculture tra le sue creazioni più recenti realizzate proprio in questo materiale.
In quella telefonata abbiamo parlato di tante cose e ho potuto capire che Adamo, per quanto sia una persona fuori dagli schemi, non è il classico artista un po’ tanto bohemien e coi piedi poco per terra, anzi, ha un’ottica piuttosto realistica e forse a tratti un po’ cinica del ruolo della sua figura nella società e di come essa debba essere.
Parola dopo parola, siamo finiti ad affrontare il tema della svalutazione dell’arte nel mondo di oggi ed abbiamo tristemente ammesso che è quasi impossibile vivere d’arte, ma al massimo la si può relegare a passione od hobby e che ancora la figura dell’artista non viene presa sul serio, etichettata come sinonimo di illuso, sognatore senza speranze e nulla di più.
Abbiamo discusso della superficialità con cui oggi le persone spesso si approcciano al mondo e all’arte, della mancanza di amore per il sapere, per il comprendere davvero, per il dialogo e per il mettersi in discussione che con i social si palesa dilagante più che mai e che porta qualcuno, come Adamo, ad esprimersi più per sé stesso che per gli altri, senza più la voglia di farsi capire il più possibile da una massa che troppe volte si dimostra sorda e riluttante a chiunque cerchi di farsi ascoltare.
Purtroppo, su discorsi come questo sono stata costretta a trovarmi d’accordo con Adamo, seppure faccia sempre molto male sentire parole piene di rassegnazione eppure così vere.
In un’epoca che premia l’effimero, il social, l’istantaneo, la copertina, il condivisibile, le persone perdono il valore del confronto e abbracciano la polemica, non sentono il bisogno di farsi e porre domande, ma criticano pensando di conoscere già tutte le risposte a prima vista, pensano di non averne il tempo o che ne perderebbero soffermandosi, quando il tempo perso risiede in tutti gli attimi che vivono con superficialità, perdendosi l’essenza delle cose e della vita vera.
Alla fine della nostra conversazione e a fronte dei tanti discorsi fatti, ho capito di aver conosciuto un po’ di più un artista capace di bellissime opere, ma vittima della sterilità del nostro tempo e che so non essere il solo, avvelenato da anni dove la profondità è fuori moda ed è tutto un correre senza mai fermarsi a vedere il paesaggiosenza una sosta per assaporare la soddisfazione del traguardo nella fretta di arrivare al prossimo, né per guardarsi indietro e contare le tappe passate e che, probabilmente, non si sono nemmeno davvero vissute.
Credo che occorra ricordarsi, ora più che mai, che anche l’anima va nutrita affinché non assopisca e credo che imparare a contemplare, capire e sentire l’arte sia un bellissimo primo passo per farlo.

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